13.10.2008 - Una casa per la corsa del Vangelo

di Don Domenico POMPILI
Direttore Nazionale dell’Ufficio Comunicazioni Sociali

Nella lettera, datata 8 settembre 2004 in cui Mons. Loppa chiede alla CEI un cospicuo finanziamento per costruire questo Centro che oggi vede la luce, il nostro Vescovo utilizza un’immagine molto suggestiva. Scrive nell’intestazione “una casa per la corsa al Vangelo”.
Vorrei ritrovare stasera nel bel mezzo di questo Anno Paolino la suggestione di questa immagine. Una casa anzitutto: mi pare che questa convinzione rimuova ogni difficoltà psicologica che fu sollevata da qualcuno proprio quando fu presentato il progetto di questo Centro all’Assemblea pastorale del 2005. Non ci troveremmo di fronte all’ennesima prova di organizzazione, grazie alle nuove possibilità offerte dall’8 per mille? Non c’è il rischio di pensare che bastino i mezzi, i “potenti mezzi” della diocesi, perché si assicuri l’evangelizzazione, scambiando (come dice Mons. Capone)…l’efficacia con l’efficienza? Proprio la parola “casa”  così vicina a quella di parrocchia,  che vuol dire “casa tra case”, ci aiuta invece a ritrovare il giusto senso di questo nuovo, più funzionale luogo della vita diocesana. “Casa” evoca infatti più lo spazio degli incontri che non quello asettico ed efficiente delle cose da fare. Talvolta siamo tentati anche noi di ritenere la Chiesa come un’azienda, dove i conti tornano se tornano certi aspetti di ordine prevalentemente pratico-pratico. Mentre la Chiesa è anzitutto una questione di relazioni umane e spirituali, come ci ricorda il Vescovo ad ogni pié sospinto. La prima delle relazioni da riattivare è quella verticale, trovandosi talvolta gente con la Chiesa, ma…. senza Dio. Sa questa ricerca fatta insieme scaturiscono tutte le altre: quella tra vescovo e preti, tra preti e fedeli, tra cristiani e non. Se manca questa cura per le relazioni tutto rischia di trasformarsi in un’agitazione nevrotica che conduce infallibilmente all’abbandono della via maestra. Per questo è necessario una “casa” nonostante poi si tratti di correre per il Vangelo.
L’immagine della corsa  - come è noto – è utilizzata da Paolo ( Gal 2,2) che percorse effettivamente ai suoi tempi decine di migliaia di chilometri, raggiungendo nei suoi viaggi il cuore dell’Impero romano. Non a caso Paolo usa questa immagine del correre proprio per riferirsi ad un impegno faticoso ed assillante. Il suo, ma per molti versi anche quello della nostra generazione (!). Tuttavia egli stesso confessa candidamente di aver sentito il bisogno di fermarsi a Gerusalemme con Pietro e gli altri della comunità per verificare insieme quello che pure avevano ricevuto per rivelazione. Questa scelta dell’Apostolo che si interrompe nella sua corsa per ritrovare l’armonia di contenuti e di scelte pastorali con gli altri, mi pare un segno eloquente di come nella Chiesa accanto ai “geni” della missione ci sia sempre bisogno degli “artefici” della comunione. Non basta tirar dritto per proprio conto. Non vale in questo caso ciò che dice don Dilani, un prete fiorentino che ammiro e dal quale mi permetto di dissentire in presenza dell’Arcivescovo eletto di Firenze. “Tutti da Dio e poi ognuno per la propria strada!” No, non ce lo consente più il tempo di oggi che parla di “villaggio globale”, ma ancor più non ce lo permette la percezione della medesima causa comune. Sarebbe ingenuo pensare di esserci, dando l’immagine di singoli venditori ambulanti, ciascuno dei quali cerca di piazzare il suo prodotto. E’ necessario al contrario ritrovare nella molteplicità dei ministeri una chiarezza di mete, una sensatezza di proposte, fondate comunque e sempre sulle relazioni. Per questo ci vuole un ambiente fisico, oltre che una convinzione ideale. Non basta pensarle certe cose, bisogna pur condividerle. Qui sta la sfida, cui alludeva il vescovo quando scherzosamente diceva “Abbiamo fatto l’Italia, adesso tocca fare gli italiani”.
Ci sono tutte le premesse d’altro canto per lavorare bene insieme. Non è da oggi che si comincia. La nostra Chiesa che a Fiuggi va “oltre” le due precedenti realtà di Anagni e di Alatri è abituata da sempre a lavorare insieme. In primo luogo perché i preti siamo cresciuti insieme: prima che nelle aule del seminario, negli stessi campeggi o nelle stesse colonie marine, in Azione Cattolica o nei vari gruppi, movimenti o cammini ecclesiali. Perché i laici – che spesso hanno anticipato sulla loro pelle l’unità – al di là dei campanilismi, da tempo sono chiamati a ritrovarsi per un impegno comune. Perché le stesse religiose, da noi così rilevanti per storia e consistenza, hanno da decenni sperimentato la formazione insieme. Dal Vaticano II in poi abbiamo vissuto nei vari Corsi di aggiornamento con Mons. Florenzani prima e poi nei vari Convegni, Incontri, Assemblee Pastorali con Mons. Belloli, Mons. Lambiasi e ora con Mons. Loppa una straordinaria mole di suggerimenti, proposte, intuizioni. Si tratta ora di dare continuità e progettualità a tutto questo. Per non ritrovarsi ogni volta con un “pugno di mosche” (don Virginio Ciavardini). Anche perché “una pastorale senza riflessione si trasforma ben presto in pastorizia (G: Lazzati)”. Con buona pace per i pastori veri che il loro mestiere sanno farlo bene.
La corsa – ed è l’ultima parola – ha sempre una sola meta: il Vangelo di Gesù Cristo. E’ una corsa per il Vangelo. Lo fa intendere Paolo, quando rimproverando i Galati (5,7) dice loro: “Correvate così bene. Chi vi ha ostacolato impedendovi di obbedire alla verità?” Si intuisce in questo parlare a prima vista così aspro, tutta la passione dell’Apostolo che non vorrebbe si uscisse fuori strada. E’ grazie a figure concrete come quella di Paolo che nella nostra Chiesa abbiamo avuto modo in questi decenni di correre dietro al Maestro, ritrovando la strada quando l’avevamo smarrita. E a tanti preti, luici – uomini e donne – religiosi e religiose a cui va oggi la nostra gratitudine perché da essi abbiamo imparato la fede. Senza la loro presenza discreta ed autorevole oggi non saremmo qui in questa casa. Ed è grazie a questi apostoli che per ciascuno di noi hanno un volto, rimandano ad una parola, rievocano un episodio, che il Vangelo è entrato nella nostra vita. E ci siamo messi su quella strada. E’ questo miracolo che rende la nostra Chiesa oggi ancora credibile perché ne fa una casa da cui far trasparire il tesoro più importante: l’incontro con il Signore Gesù. Come questa casa così trasparente e quasi senza protezione vorrebbe far intendere: perché il Vangelo rimanda alla vita anzi ne svela il sapore più genuino.
Quel miracolo per cui la Chiesa è sempre giovane viene descritto con parole asciutte, come era suo costume, in questa poesia scritta da p. Maurizio Rosin tra il 23 e il 24 ottobre del 1963 e intitolata “Confidenze di anime” come lui stesso annota a penna: “in seguito a tre colloqui avuti il 22, festa di Mater Pietatis, con Carlo, Masino, Armandino:

In questo tiepido
crepuscolo d’autunno
tre verdi boccioli
m’han dischiuso
timidamente
silenziosamente
il loro calice profondo
con molti riflessi
iridescenti.
Erano tre giovani cuori
che mi offrivano
inviluppato
palpitante
il proprio mistero…
Io l’ho preso
con mani che tremavano,
o Signore,
e l’ho spiegato
lentamente
delicatamente
sotto i tuoi occhi
che riflettono
eterni orizzonti,
era una generosità serena
che si donava a Te…
Era una solitudine inquieta
che si scopriva
addolcendosi…
era un bisogno d’affetto
che si apriva
lacrimando
alla speranza.

Possano nascere da questa casa o a questa casa arrivare dialoghi così decisivi.